Giardino del Guasto e rifugio antiaereo

Giardino del Guasto e rifugio antiaereo

Prima della distruzione di Palazzo Bentivoglio, avvenuta nel 1507, l’area in cui oggi sorge il giardino era occupata dal giardino privato del palazzo, voluto da Sante Bentivoglio e arricchito da una preziosa fontana marmorea le cui acque erano state fatte confluire dalla collina di San Michele in Bosco. Dopo il saccheggio e la distruzione, i detriti vennero accumulati fino a formare una collina ancora più alta del livello attuale, che rimase anche dopo la costruzione dell’adiacente Teatro comunale, avvenuta nel 1763. Usato come discarica di materiali edilizi, fu circondato dalle attuali mura durante l’800[2]. Alcune stanze, probabilmente facenti parte delle cantine o delle stalle del palazzo, sono accessibili alla base delle mura, e furono poi usate come rifugio antiaereo durante il secondo conflitto mondiale. Attorno al 1969 l’amministrazione comunale diede incarico all’architetto Gennaro Filippini di realizzare un progetto per il recupero dell’area. Ispirandosi al fatto che il posto veniva utilizzato dai bambini come area di esplorazione e sperimentazione, Filippini decise di avvalersi della consulenza di alcuni psicologi e di osservare le reazioni dei bambini al procedere dei lavori di sistemazione dell’area. Facendo riferimento ai principi dell’educazione montessoriana per la scelta dei materiali e delle forme in cemento che occupano la parte principale del giardino, e alle idee di giardino naturale proposte a fine ‘800 da William Robinson e Gertrude Jekyll.

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Il giardino fu inaugurato nel 1975, e il risultato dell’intervento fu un giardino sopraelevato, in cui la parte centrale è costituita da camminamenti in cemento affiancato da bassi muretti dello stesso materiale, dall’andamento sinuoso. Il camminamento sfocia in un’area completamente pavimentata in cemento che al centro degrada verso una fontana in forma di piccolo torrente (che scorre su un letto anch’esso di cemento), e termina con una terrazza affacciata sulla sottostante via Belle Arti, dominata da un tiglio e da un albero del rosario. Oltre i muretti che si sviluppano ai due lati del giardino si trovano due brevi scarpate alberate, accessibili e piantate ad alberi d’alto fusto (quercia rossa, carpino nero, bagolaro, albero di giuda, acero montano, ippocastano, gelso da carta, alloro, sambuco). Con i disordini avvenuti nel 1977 a seguito dell’uccisione dello studente Francesco Lorusso, l’area attorno a Piazza Verdi divenne teatro di continue manifestazioni di protesta. A queste seguì il dilagare dell’uso di droghe e allucinogeni, e dell’uso frequente da parte dei loro consumatori dello spazio del Giardino, che fu presto identificato dai cittadini bolognesi come luogo destinato all’uso delle siringhe e allo spaccio. Fu solo alla fine degli anni ’90, su richiesta del comitato “Piazza Verdi”, che il Comune di Bologna decise di avviare una risistemazione dello spazio del giardino, aprendo un secondo accesso dalla restrostante via del Guasto e affidando la gestione del giardino alla neonata Associazione Giardino del Guasto, che tuttora si occupa della gestione delle attività e della manutenzione ordinaria.

Il rifugio numero 16 dedicato a Loris Bulgarelli e costruito sotto il rilevato del giardino del Guasto, faceva parte della numerosa selva di ricoveri antiaerei costruiti dall’Amministrazione comunale tra il 1943 e il 1944. I ripari in Galleria (antibomba) furono in tutto 25 ai quali si andavano ad aggiungere una cinquantina di trincee tubolari, quindici trincee antischegge (suddivise a loro volta in muratura e legname) e una quantità infinita di ricoveri (di capienza variabile tra le 30 e le 800 persone) denominati pubblici – anticrollo ricavati praticamente sotto ogni palazzo privato o pubblico, per un totale, secondo i documenti sino ad oggi ritrovati, di oltre 700 manufatti. Tutto iniziò, per questo singolo caso, il giorno 06 Marzo del 1944, XXII° Anno EF, esattamente 365 giorni e qualche ora dopo, l’inizio della progettazione di un altro capiente ricovero: il Primo Lotto ricavato nella parte Nord-Ovest del giardino pubblico della Montagnola. Ma di quest’ultimo daremo maggiori e ulteriori precisi dettagli nel volume che si andrà a presentare Sabato 12 Ottobre 2013, quando attraverso un convegno verranno svelate le ultime ricerche e le nuove scoperte inerenti il terrapieno posizionato lungo via dell’Indipendenza e che per oltre 700 anni fu uno dei centri nevralgici di Bologna. Bene, il 06 Marzo l’ufficio preposto del Comune e la ditta che vinse l’appalto dell’apposito bando, attuarono il “progetto di galleria-rifugio da eseguirsi sotto il rilevato di Via Del Guasto”. Vennero così iniziate e poi portate a termine in quasi tutta la loro opera “una serie di gallerie formate da due rami longitudinali collegati da quattro trasversali per uno sviluppo complessivo di circa 120 metri e una estensione di 360 mq”. I cunicoli furono costruiti con piedritti e volte in muratura di mattoni legati assieme da malta di calce cruda con le stuccature interne in malta di cemento. “Pure in muratura furono eseguite le altre strutture accessorie”. Fu deciso all’unanimità dal gruppo di progettisti, anche per rispettare il progetto iniziale mantenendo più o meno invariati i costi preventivati, e per“ottenere la formazione di una massa coprente maggiore”, che tutto il materiale di risulta degli scavi (e di altro fornito dal Comune) venisse trasportato sul piano del giardino. Si venne così a formare uno spesso strato di terra sul livello preesistente dello spazio verde per una altezza di 4 metri che andava a proteggere ulteriormente la costruzione da fortuiti colpi diretti. La capacità di ricezione era conteggiata per eccesso a circa 400 persone. Il lato Sud, quello che dà ancora oggi verso Largo Respighi e che porta il rivestimento esterno di mattoni e selenite, avrebbe dovuto ospitare due capienti aperture da utilizzare come uscite/entrate di sicurezza, oltre a quelle verticali di notevole diametro. Si iniziarono i lavori ma data la mancanza dei sostegni in muratura le volte crollarono successivamente causa il cedimento delle strutture in legname che non vennero mai più ripristinate. Al termine del conflitto ci fu una lunga diatriba legale tra la Prefettura, il Comune, il Genio Civile e l’allora proprietà che voleva restituita l’area sulla quale, per conto e nell’interesse dello Stato, venne realizzato il rifugio, causando seri danni alle opere preesistenti**.

** ”Aposa segreto i rifugi antiaerei”, a cura di Massimo Brunelli e Francisco Giordano, Bologna sotterranea 2012.